I portatori dell'Immacolata

L'uscita di Maria

Una giornata come tante: la solita nebbia, il solito traffico, il solito via vai di gente sotto i portici della città. E quale città? Carmagnola, naturalmente, con i suoi colori e i suoi volti: la sagra, il mercato, i negozi, ma, sopra ogni altra cosa, una chiesa collegiata che contiene il cuore pulsante di questo piccolo pezzo di mondo dove la gente da sempre nasce, muore e prega. Una cosa simile a una cattedrale ma con qualche medaglia in meno, un sacro luogo di pietà e di adorazione in cui il sentimento si fonde con la fede e il profumo dell’incenso diventa un ricordo che non sbiadisce.

Si entra in questo tempio, dalla porta di destra, quella sulla curva, dove qualche anziana signora posteggia la bicicletta e dove il senso di marcia delle automobili pare perennemente opinabile. Il tendone di velluto rosso si scosta, e si entra nella penombra nella navata laterale. Se si arriva in un’ora fortunata, in chiesa non c’è quasi nessuno: non i gruppi di preghiera, che ingentiliscono l’ambiente con le sommesse preghiere del rosario; non le buone suore, che allestiscono l’altare o dispongono i fiori rimasti da un pomposo matrimonio; non i gruppi dei bambini del catechismo che, trotterellando, salutano con la mano le statue e si rincorrono facendo ammattire la catechista. Solo il silenzio. E piccole luci di candele elettriche, che si fanno notare qua e là, e che si accendono e si spengono secondo la volontà di un interruttore salvavita e salva – anime. Si cammina piano tra i banchi, tra poche persone assorte nella preghiera, e si giunge davanti ad una cappella, in cui i riflessi dell’oro alleggeriscono le pareti affrescate e la ricchezza diventa sollievo e delicatezza. Siamo in pace con il mondo: lì, nel mezzo, bella e affascinante, c’è Maria, la mamma di Carmagnola, che tiene stretto il suo bimbo e ci osserva con due occhi che scongelano anche i cuori terribilmente induriti. Ma non è di Lei che voglio parlare. Perché Lei è già nelle nostre menti, perché Lei è lì per noi ogni giorno, perché la possiamo incontrare e amare e invocare sempre, senza che qualcuno stia a raccontarcela con parole persino un po’ patetiche. E poi perché non ne sarei capace, non avrei espressioni della voce adatte, solo versi del cuore, che però non si possono scrivere. Ragion per cui si distoglie a fatica lo sguardo da Maria e lo si cala un po’ più giù, su un tavolinetto che sta fuori dal sacrario, sulla destra, senza invadenza. Senza protagonismo. Sopra c’è un quadernone, di quelli rilegati con la colla, spesso, aperto, a righe. E su quelle pagine ci sono tante frasi, scritte tutte con la stessa penna blu attaccata ad un cordino, senza cappuccio.

Maria tra i carmagnolesi

Mi chiedo quante mani abbiano preso quella penna e quella prima e quella prima ancora. Inchiostro esaurito in mille parole di richiesta, di ringraziamento, in tanti racconti di felicità o di dolore, in molti pensieri rivolti al cuore amorevole dell’Immacolata. Come se a scriverle quelle preghiere fossero più vere, più solide, come se Maria potesse davvero prendere in mano il quaderno e spuntare man mano che legge.

Segni di devozione verso la Madre di Dio che sono solo la punta di un iceberg di amore ben più profondo, talora voluminoso, appariscente, talora silenzioso e minuto, ma sempre vivo. Questa è la storia di quella devozione. La storia del popolo carmagnolese di Maria.

Macchebbella Mary!

La Madonna è la nostra mamma

Papa Pio IX, nella Bolla Pontificia con cui dava la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione, scriveva che essa è “superiore a tutte le lodi del cielo e della terra… è il miracolo di Dio per eccellenza, anzi, il vertice di tutti i miracoli”. Il Concilio Ecumenico Vaticano II descrive Maria come un’”Eccelsa Figura”, e non è forse nella preghiera dell’”Ave Maria” che la si indica come “piena di grazia” e “benedetta fra le donne”?

Ma io preferisco fra tutte una definizione più semplice, quella che un giorno diede della Vergine un uomo che tanto la amò e che dedicò a lei la sua vita: Padre Pio da Pietralcina disse, tra le lacrime della commozione, che “La Madonna è la nostra mamma”.

Nulla vi è di più straordinario: Dio stesso tanto amò questa piccola donna da farsi uomo nel suo grembo, e non fu Cristo che, pur nel tormento della morte in croce, ebbe un pensiero speciale per lei e la affidò al suo discepolo prediletto. Un amore grande dunque che ogni giorno milioni di persone rinnovano dinanzi a un’immagine di Maria o sgranando il suo rosario o sorridendo avendola nel cuore.

A Carmagnola tutto questo accade, senza posa, immancabilmente da secoli, specie da quando la peste falcidiò la popolazione e dodici padri, inginocchiati davanti a Maria, promisero di dedicarle una cappella, una processione, le loro vite in cambio del suo aiuto. Il morbo se ne andò, lasciando dietro di sé non desolazione, ma i germogli di un grande affetto verso la salvatrice della città.

Il fiore della tradizione

Da allora, dopo altre dure prove superate ancora con l’aiuto dell’Immacolata, Carmagnola è oggi esempio vivo di un amore che supera la contingenza per radicarsi nelle coscienze e nell’anima dei cittadini. Un fiore speciale nel ricco giardino della devozione mariana, che ha i suoi petali tra la gente, in modi e intenzioni tutte diverse ma tutte allo stesso modo importanti. Sono i segni della pietà con cui un popolo esprime la sua fede, secondo una rilettura del Vangelo e della Parola più semplice e spontaneo, scevro di quell’altezza teologica che spesso allontana gli spiriti più umili, per divenire appannaggio di pochi dotti. La fede giunge così sotto gli occhi di tutti attraverso una veglia o una processione, si approfondisce in un dialogo privilegiato fra i molti e l’Uno, con visibilità e secondo un puro spirito comunitario.

L'Immacolata

Molti sono gli interlocutori in questo dialogo di evangelizzazione popolare, in questo attaccamento alla tradizione che, nella città di Carmagnola, fa di Maria il soggetto privilegiato e più caro, ma qui vogliamo restringere il campo, e dedicare solo ad alcuni questo ricordo. La gente li conosce come “i portatori”. Loro sono orgogliosi di esserlo.

Uomini per Maria

Sono più di cento; alcuni, per motivi familiari o lavorativi, non abitano più a Carmagnola, altri portano il peso degli anni, ma l’8 dicembre è per tutti un richiamo ineludibile, un appuntamento a cui non mancherebbero mai, perché loro “hanno la Madonna negli occhi e nel cuore”. Loro si occupano di Maria, e la loro è una devozione esclusiva.

Certo non unica, se pensiamo a quante manifestazioni di pietà mariana coinvolgono interi paesi e città, tuttavia a Carmagnola il tributo reso alla Madre di Dio supera quello consueto: diventa la memoria antica e moderna di coloro che tendono forti braccia a sorreggere Colei che amano.

I portatori hanno da sempre il compito di calare dalla sua nicchia la statua dell’Immacolata affinché possa essere adorata dall’assemblea dei fedeli durante i giorni della Novena, ma soprattutto tocca a loro accompagnarla per le vie di Carmagnola durante la processione che, ogni anno, nella festa dell’Immacolata, solleva preghiere e suscita lacrime. A loro spetta, in modo silenzioso ma consapevole, rinnovare il voto degli antichi padri, che promisero, in cambio della salvezza dalla peste, eterna riconoscenza a Maria, che aveva accolto le loro suppliche liberando la città dal flagello.

Ma si può andare ancora oltre.

Per questi uomini, più o meno giovani, portare a spalla le pesanti travi che sorreggono la statua di Maria è soprattutto un grande onore. In passato erano stati i muratori e i membri delle più antiche famiglie della città ad arrogarsi questo diritto, che diveniva motivo di orgoglio trasmesso ai figli, di generazione in generazione. Poi gli anni sono trascorsi, i tempi sono cambiati velocemente: oggi, chi viene accolto tra i portatori, entra in una famiglia che lo riceve in quanto devoto a Maria. A contraddistinguere questi uomini è il loro desiderio di rendere grazie per un aiuto ricevuto e di garantire la loro presenza e il loro servizio, perché Maria sia alta e maestosa tra la gente e tutti possano riempirsi gli occhi di Lei.

Chi non ricorda con commozione il momento in cui i più anziani, con grande dignità, portano la statua oltre il portale centrale della Collegiata, tremanti sulle loro gambe deboli, ma vigorosi nello spirito. Nessuno li aiuta, perché il compito è loro soltanto. E poi tutti gli altri, e specialmente i giovani, che molto amano Maria e che, sempre di più si fanno numerosi nell’accompagnarla. Proprio loro sono i rami verdi della devozione carmagnolese, non più trattenuta tra le pieghe di antiche usanze, ma pronta ad aprirsi a un nuovo dialogo con la popolazione, con la Chiesa, con Dio. Parole e gesti di gioia, di freschezza, di apertura, in cui i portatori credono per primi e a cui tendono la mano fiduciosi. Tutti insieme si fanno piccoli e umili sotto il peso della Madre, sono fratelli di una stessa enorme devozione di cui si sentono colmi e che li unisce, anche oltre la Novena e la Processione: un legame forte li tiene legati anche quando sono lontani, e il richiamo della loro fede li raduna da ogni dove, velocemente, senza temporeggiamenti, senza perplessità.

Uomini con il desiderio di essere uomini per Maria e fedeli per Cristo; alla loro volontà di non fermarsi alle apparenze, di non crogiolarsi nell’onore dell’apparenza, ma nel loro voler essere fratelli di una voce che è quella della loro città, figlia di una Madre che la ama. Loro sono le braccia che Dio ha donato a Carmagnola per sorreggere e onorare la Donna del Suo e del nostro cuore.

Testi a cura di Claudia Cravero